I processi pataccari in America non inizierebbero neppure (DSK insegna)
In America la menzogna è come il demonio. Appena affiora ogni accusa, anche la più grave, viene automaticamente invalidata. Il caso Dominique Strauss-Kahn sta lì a dimostrarlo: per mandare a gambe per aria l’intera impalcatura dello stupro, ai difensori del presidente del Fondo Monetario è bastato certificare che la cameriera non solo aveva mentito ma aveva avuto anche discutibili rapporti con la malavita. Leggi il dossier Patacche e pataccari
23 AGO 20

E a onor del vero la Procura di Palermo aveva tentato di fare la stessa cosa, chiedendo, in un primo momento, l’archiviazione per Mori e per l’altro imputato del Grande Complotto, il colonnello Mauro Obinu. Ma nella proposta di chiudere il caso c’erano più spunti per mascariare che per archiviare realmente, e alla fine in aula ci si è andati comunque, perché il giudice delle indagini preliminari non si è convinto, non ha archiviato e a quel punto i pm hanno cambiato idea.
Di fronte a un superteste come Riccio, con la pesante ipoteca di un’accusa che rendeva la sua attendibilità intrinseca pari a zero, forse la stessa Procura di Palermo si stava rendendo conto della validità di una regola elementare del buonsenso, se non del diritto: non basta cioè vedere cosa viene detto, ma bisogna anche vedere chi lo ha detto. E le accuse di Riccio potevano puzzare di studiata animosità, di spasmodica ricerca di accreditare un inesistente complotto ai propri danni, per ottenere una sorta di apertura di credito personale nel processo in corso a Genova.
Mentre l’architrave Riccio vacillava, la procura ha tirato dal cilindro un altro teste fondamentale: Massimo Ciancimino. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo, anche lui accreditato dai salotti buoni della stampa antimafia, aveva offerto un tassello ulteriore: Provenzano non fu catturato, nel ’95, perché c’era un vero e proprio accordo tra Stato e mafia, che nasce con le stragi del 1992, passa per la morte del giudice Paolo Borsellino, prosegue con la cattura di Totò Riina e la successiva, mancata perquisizione del covo del superboss. Perché la soffiata per far prendere Riina sarebbe partita proprio da Provenzano.
Le torrenziali dichiarazioni di Ciancimino Jr, anche lui animato di non indifferenti interessi personali (la salvaguardia del proprio patrimonio personale, il cosiddetto tesoro del padre, don Vito Ciancimino), non hanno mai insospettito più di tanto i magistrati del pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia. L’antimafia militante delle agende rosse, dei familiari delle vittime di Cosa nostra e di Salvatore Borsellino (tutta gente che legittimamente chiede giustizia) è stata così spinta a credere che finalmente si stessero aprendo i cassetti che contenevano le verità insabbiate, che si stesse riscrivendo la vera storia di quel periodo buio del ’92-’93, in cui lo Stato traballò sotto i colpi delle bombe di Cosa nostra, che l’icona dell’antimafia Ciancimino fosse magari un po’ gradasso e un po’ burlone, ma sostanzialmente stesse dicendo la verità.
Anche in questo caso veniva ribaltata cioè la sacrosanta regola della prudenza: a Palermo non importa chi dice le cose, importa che le cose siano riscontrate. E come le riscontri? Con i pizzini. E chi li porta i pizzini? Lo stesso superteste. Gli appunti dell’ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002, sono diventati così gli agganci fondamentali per chiarire la storia d’Italia. E chi interpretava il Verbo del padre? Il figlio. Insomma, un circolo vizioso evidentissimo, ma guai a chi osava metterlo in discussione. Guai ai (pochissimi) giornali che dubitavano della trinità padre-figlio-procura. Guai persino ai magistrati che Ciancimino non lo prendevano in considerazione, come i giudici del processo Dell’Utri, e ai pm di Caltanissetta, che avevano osato indagarlo per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro. Poi però la patacca è venuta fuori. E Ciancimino è stato blindato in carcere dagli stessi pm che lo avevano per tre anni portato avanti. E che avevano anche scoperto – su sua indicazione – l’esplosivo nel giardino di casa del superteste. Oltre a una marea di carte custodite a un palmo dal naso degli investigatori che pure avevano più volte perquisito la lussuosa abitazione del giovane Ciancimino. Il conflitto tra le procure di Palermo e Caltanissetta ha portato all’apertura di un’indagine da parte del Csm e della Procura generale della Cassazione. Ma i capi dei due uffici, Francesco Messineo e Sergio Lari, sono andati a Palazzo dei Marescialli a dire che “non ci fu niente”, che dopo i contrasti ci fu la “paciata” e che, tutto sommato, può anche finire a tarallucci e vino: perché la prima commissione del Csm non ha alcuna intenzione di tirare la corda.
Finito un pataccaro, ecco che ne arriva un altro. Dal carcere di Rebibbia Giovanni Brusca – l’uomo che ha fatto saltare in aria Giovanni Falcone – ha chiesto la parola.
Era il settembre scorso: lo avevano appena indagato e perquisito con l’accusa di estorsione e riciclaggio, gli avevano sequestrato 180 mila euro, e l’ex boss di San Giuseppe Jato, il pentito che era tornato a mafiare, aveva ritrovato la memoria perduta. So tutto, aveva annunciato dopo aver detto di non sapere niente. E giù accuse a Nicola Mancino e a Marcello Dell’Utri. La trattativa ci fu, Borsellino morì perché sapeva e se non ve l’avevo detto, era stato per paura. Paura di che? Paura dei polveroni, di passare per truffatore. Ora Brusca non ha più paura e dopo essere stato ascoltato in maggio ha chiesto di deporre di nuovo, ha ricordato altri particolari, insomma sa tutto lui.
La storia continua. In America sarebbe finita da un pezzo. Forse non sarebbe nemmeno cominciata.
Di fronte a un superteste come Riccio, con la pesante ipoteca di un’accusa che rendeva la sua attendibilità intrinseca pari a zero, forse la stessa Procura di Palermo si stava rendendo conto della validità di una regola elementare del buonsenso, se non del diritto: non basta cioè vedere cosa viene detto, ma bisogna anche vedere chi lo ha detto. E le accuse di Riccio potevano puzzare di studiata animosità, di spasmodica ricerca di accreditare un inesistente complotto ai propri danni, per ottenere una sorta di apertura di credito personale nel processo in corso a Genova.
Mentre l’architrave Riccio vacillava, la procura ha tirato dal cilindro un altro teste fondamentale: Massimo Ciancimino. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo, anche lui accreditato dai salotti buoni della stampa antimafia, aveva offerto un tassello ulteriore: Provenzano non fu catturato, nel ’95, perché c’era un vero e proprio accordo tra Stato e mafia, che nasce con le stragi del 1992, passa per la morte del giudice Paolo Borsellino, prosegue con la cattura di Totò Riina e la successiva, mancata perquisizione del covo del superboss. Perché la soffiata per far prendere Riina sarebbe partita proprio da Provenzano.
Le torrenziali dichiarazioni di Ciancimino Jr, anche lui animato di non indifferenti interessi personali (la salvaguardia del proprio patrimonio personale, il cosiddetto tesoro del padre, don Vito Ciancimino), non hanno mai insospettito più di tanto i magistrati del pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia. L’antimafia militante delle agende rosse, dei familiari delle vittime di Cosa nostra e di Salvatore Borsellino (tutta gente che legittimamente chiede giustizia) è stata così spinta a credere che finalmente si stessero aprendo i cassetti che contenevano le verità insabbiate, che si stesse riscrivendo la vera storia di quel periodo buio del ’92-’93, in cui lo Stato traballò sotto i colpi delle bombe di Cosa nostra, che l’icona dell’antimafia Ciancimino fosse magari un po’ gradasso e un po’ burlone, ma sostanzialmente stesse dicendo la verità.
Anche in questo caso veniva ribaltata cioè la sacrosanta regola della prudenza: a Palermo non importa chi dice le cose, importa che le cose siano riscontrate. E come le riscontri? Con i pizzini. E chi li porta i pizzini? Lo stesso superteste. Gli appunti dell’ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002, sono diventati così gli agganci fondamentali per chiarire la storia d’Italia. E chi interpretava il Verbo del padre? Il figlio. Insomma, un circolo vizioso evidentissimo, ma guai a chi osava metterlo in discussione. Guai ai (pochissimi) giornali che dubitavano della trinità padre-figlio-procura. Guai persino ai magistrati che Ciancimino non lo prendevano in considerazione, come i giudici del processo Dell’Utri, e ai pm di Caltanissetta, che avevano osato indagarlo per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro. Poi però la patacca è venuta fuori. E Ciancimino è stato blindato in carcere dagli stessi pm che lo avevano per tre anni portato avanti. E che avevano anche scoperto – su sua indicazione – l’esplosivo nel giardino di casa del superteste. Oltre a una marea di carte custodite a un palmo dal naso degli investigatori che pure avevano più volte perquisito la lussuosa abitazione del giovane Ciancimino. Il conflitto tra le procure di Palermo e Caltanissetta ha portato all’apertura di un’indagine da parte del Csm e della Procura generale della Cassazione. Ma i capi dei due uffici, Francesco Messineo e Sergio Lari, sono andati a Palazzo dei Marescialli a dire che “non ci fu niente”, che dopo i contrasti ci fu la “paciata” e che, tutto sommato, può anche finire a tarallucci e vino: perché la prima commissione del Csm non ha alcuna intenzione di tirare la corda.
Finito un pataccaro, ecco che ne arriva un altro. Dal carcere di Rebibbia Giovanni Brusca – l’uomo che ha fatto saltare in aria Giovanni Falcone – ha chiesto la parola.
Era il settembre scorso: lo avevano appena indagato e perquisito con l’accusa di estorsione e riciclaggio, gli avevano sequestrato 180 mila euro, e l’ex boss di San Giuseppe Jato, il pentito che era tornato a mafiare, aveva ritrovato la memoria perduta. So tutto, aveva annunciato dopo aver detto di non sapere niente. E giù accuse a Nicola Mancino e a Marcello Dell’Utri. La trattativa ci fu, Borsellino morì perché sapeva e se non ve l’avevo detto, era stato per paura. Paura di che? Paura dei polveroni, di passare per truffatore. Ora Brusca non ha più paura e dopo essere stato ascoltato in maggio ha chiesto di deporre di nuovo, ha ricordato altri particolari, insomma sa tutto lui.
La storia continua. In America sarebbe finita da un pezzo. Forse non sarebbe nemmeno cominciata.
Leggi il dossier Patacche e pataccari